Roy Grassi

Luigi Tenco, il ricordo di un amico.

27 Gennaio 1967

“L’Hotel Savoy è ancora pieno di luci e di gente. La sua hall è tutto un incrociarsi di voci, di commenti. Si è da poco abbassato il sipario sul Festival di Sanremo ed i giudizi sui risultati occupano le chiacchiere di tutti.

Gli abiti luccicanti delle signore riempiono la sala di bagliori, gli smoking tirati degli uomini cominciano ad accusare qualche piega. In tutto questo mondo di fatuità e d’interessi, dove si sono avverati i sogni dei “patron” delle case discografiche, dove “chi doveva essere lanciato” è stato lanciato… dove non la migliore canzone, ma quella più commerciale è stata enfatizzata, qualche cosa di misterioso e d’inspiegabile sta per avverarsi.

Sono le tre meno un quarto, ad un tratto un colpo di arma da fuoco echeggia sotto le volte stuccate dell’hotel. Vi è un attimo di silenzio, non si capisce bene cosa sia accaduto e da dove il colpo sia echeggiato. Poi un richiamo; viene dalla camera 219 della dependance: c’è un morto disteso per terra. La gente corre, si alzano delle urla, delle invocazioni: si chiede un’autoambulanza: il corpo di Luigi Tenco giace sul pavimento vicino al letto; giace supino con un ginocchio un po’ sollevato. È ancora vestito con l’abito di scena, non ha cravatta e la camicia è un po’ sbottonata. Un rivolo di sangue esce dalla tempia. La cantante Dalida e Lucio Dalla (che sembra sia stato il primo ad accorrere, dato che la sua camera è attigua a quella di Tenco) cercano invano di portare i primi soccorsi al cantante: non c’è più nulla da fare, un colpo di pistola alla testa ha ucciso all’istante Luigi. (…)”


Luigi e Dalidà, acquerelli di MVC/Gulliveriana© , 2007

Il carattere

“Ho letto e sentito molte cose, in questi ultimi tempi, su Luigi: libri, articoli, opinioni; alcune buone, altre cattive, altre ancora scritte come se l’autore parlasse di un’opera del seicento e non di una persona, di un essere umano. Alcune mi hanno fatto andare su tutte le furie, sembravano scritte “alla Sgarbi” e questo per me vuoi dire fare uno sfoggio di eloquenza e dialettica inutile, nel senso che, per esempio, al posto della frase: Mi sembra una cosa bella, si scrive: Considerando l’estasi inferiore dell’anima ed i principi estetici dell’uomo, possiamo prendere in considerazione questa opera partendo dagli estetismi intrinsechi che spinsero S.Agostino e S.Francesco ad osservare la natura, non come un atto fine a se stesso, bensì come un’opera destinata… E chi più ne ha, più ne metta. Basta avere una discreta cultura ed il dono della parola per confondere con le chiacchiere senza dire nulla di concreto, facendo però una certa impressione.

Ebbene Luigi è stato oggetto anche di manovre simili. Ma nessuno, dico nessuno ha descritto l’”uomo”, la persona, come Luigi era nel bar quando prendeva il caffè, quando giocava o quando era preoccupato per il suo lavoro. Si è voluto trasformare l’artista in un mito; ma Luigi deprecava essere un mito. Si è voluto stravolgere ogni sua azione in un’azione sragionatamente grandiosa, singolare, quando di singolare non vi era nulla; e per finire, cosa ancora più amara per me, si è voluto ad ogni costo attribuire a lui cose che non gli appartenevano. Lungi da me voler parlare male di Luigi; ma, siccome la cosa che mi tormenta e mi ha tormentato di più è sapere che per alcune persone Luigi non è altro che il povero fesso che si è ucciso per una canzone, lo stesso disagio lo provo quando sento parlare di Luigi come di un Santo (altra cosa che lui aborriva!). Certo era una persona speciale e di un’intelligenza eccezionale; ma era pur sempre un essere umano, con le sue debolezze e le sue paure. A me è sempre piaciuto ricordarlo come era: estremamente disponibile, semplice, ma nello stesso tempo complesso ed indecifrabile.

Molte persone non hanno capito (e del resto come avrebbero potuto farlo?) che Luigi non mostrava mai il suo “vero essere”. Quel suo stare in disparte, scontroso e silenzioso, non faceva assolutamente parte del suo carattere, ma era il risultato di un senso di disagio che egli provava nel mischiarsi alle persone, nel parlare con loro, e della paura di essere frainteso, malgiudicato.(…) ”

Vedrai vedrai, olio di MVC/Gulliveriana© , 2008

Il lavoro

“Luigi era solito provare e riprovare le sue canzoni. Passava dall’ascoltare un pezzo, un fraseggio, a rifarlo; ma non era mai uguale, mai riusciva a seguire l’originale.
Il suo animo buttava fuori a getto continuo nuove melodie, nuovi fraseggi, sempre più belli, sempre più complessi, in un’onda senza fine. Era come se il suo spirito continuasse a creare in continuazione e lui non sapesse dove fermarsi, cosa scegliere.

Quando lo coglieva la malinconia o chissà quale nostalgia, dal suo sax uscivano vere poesie. Poi magari si irritava se glielo facevo notare. Come già più volte ho detto, detestava essere banale. E per lui essere triste o dolce era banale.
Non voleva sentir parlare di “amore”, che faceva rima con “cuore”; ma le sue più belle canzoni parlavano tutte di amore.

Spesso lo “pizzicavo” seduto sul letto di camera sua, mentre suonava il sax. Da come suonava capivo il suo stato d’animo, le sensazioni che gli si agitavano dentro; ma non gli si poteva chiedere nulla.
Era diverso da quando si scatenava in fraseggi indiavolati di jazz, la sua gioia di vivere non aveva nulla a che fare con i tristi blues ai quali si abbandonava di tanto in tanto.
Il suo modo di parlare, di ridere, si rispecchiava nella musica che suonava, e per me non era affatto difficile capirlo.”

 ( tratto da Caso Tenco. È stato un suicidio? di G. Roy Grassi, amico di Luigi Tenco).

 

Per la testa grandi idee

 Prendete nota:

Luigi Tenco

Per la testa grandi idee

DVD +Book

L’artista simbolo della canzone d’autore, scomparso drammaticamente nel 1967, raccontato in uno straordinario cofanetto curato da Enrico De Angelis, fra gli organizzatori storici del Premio Tenco, e Mario Dentone.

Luigi Tenco – Per la testa grande idee un’opera che raccoglie tutti i documenti video di Luigi Tenco rimasti nelle teche Rai e non solo. Presenti tutti i suoi classici, da Lontano Lontano a Mi sono innamorato di te a Vedrai Vedrai e memorabili momenti televisivi insieme a Lucio Dalla, Ornella Vanoni e i Rokes.

Scrive Enrico De Angelis, che insieme a, Mario Dentone ha curato questa straordinaria pubblicazione: “Luigi Tenco non era considerato un personaggio molto televisivo, secondo i canoni correnti. La diffidenza era reciproca, ma probabilmente era più la televisione a tenersi a debita distanza da lui, che non viceversa. Troppo malinconico, volto tenebroso, canzoni difficili, carattere non incline al compromesso. Le testimonianze visive che ci sono rimaste di lui, perciò, sono limitate.”

fonte: http://www.italianmusicstore.com/prodotto.asp?id=57588

 

Canterò finché avrò qualcosa da dire

Luigi Tenco. Canterò finchè avrò qualcosa da dire

Luigi Tenco. Canterò finchè avrò qualcosa da dire

di Parodi Renzo

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Descrizione: Una biografia completa, e aggiornata con le ultime vicende legate all’indagine sulla morte di Luigi Tenco, cantautore genovese scomparso tragicamente, a soli 29 anni, nel 1967. Ancora oggi, resta una figura misteriosa e vagamente inquietante, di cui questo libro cerca di restituire la sua dimensione più reale, il suo tempo e il suo ambiente, lasciando che a raccontarla siano gli amici, noti e meno noti. Ne esce così non solo il ritratto di un artista di innegabile talento e di un uomo complesso e affascinante, ma anche quello di un’epoca, gli anni Cinquanta e Sessanta, percorsi da contraddizioni, fremiti e scossoni che daranno poi luogo a profondi cambiamenti in Italia.

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Dettagli del libro

Titolo: Luigi Tenco. Canterò finchè avrò qualcosa da dire

Autore: Parodi Renzo Editore: Sperling & Kupfer

Data di Pubblicazione: 2007

ISBN: 8860611857

ISBN-13: 9788860611857

Pagine: 204

Reparto: Musica

La ballata dell’arte

Il posto nel mondo di…. Balans

La Ballata dell’arte

“C’è chi dice che l’arte non ha rapporti con la società, per cui l’artista vero non si occupa mai di problemi sociali…”
Canta così Luigi Tenco nella sua Ballata dell’arte, lo fa per dichiarare la sua contrarietà a questo filone di pensiero, infatti sostiene che gli artisti dovrebbero ricoprire un ruolo attivo nella società. La ballata è una sorta di dichiarazione d’intenti della sua arte, impegnata socialmente; infatti in altre canzoni, come Io sono uno, riesce a descriversi in modo sintetico ed efficace grazie a un gioco d’antitesi con chi è diverso da lui. Afferma “io sono uno che non nasconde le sue idee”. Tenco vuole esprimere e comunicare ciò che pensa, vuole impegnarsi socialmente “nel suo campo” visto che “c’è ancora tanto da fare” e sceglie di “fare” con i mezzi che gli sono più congeniali e che ritiene più efficaci per raggiungere un vasto pubblico, ovvero la musica, la canzone.

Balans, estimatore e studioso di Tenco

tratto da “Il mio posto nel mondo” pag.275

Qualcuno mi ama

Il posto nel mondo di….ilmioregno

Qualcuno mi ama

Assieme a Notturno senza luna questo brano è, in ordine cronologico, l’ultimo che Luigi incise utilizzando, curiosamente, lo pseudonimo Ventuno, frutto della combinazione dei suoi numeri fortunati. Agli amanti delle curiosità segnalo che lo pseudonimo Ventuno era di solito preceduto dal nome Dick ma, in un vinile che possiedo (di origine estera), il suo Notturno senza luna dà Rick. Entrambe le canzoni provenivano dal festival di Sanremo 1961. Di Qualcuno mi ama direi che,pur se nato nel contesto sanremese e in anni poco sospetti, ho colto, nella scelta fatta di cantare questo brano, un presagio del suo essere avanti nel tempo, e oggi persona viva e più che mai confusa fra di noi, con la quale è possibile anche comunicare. Luigi, dunque, attento alle cose della vita, consente ancor oggi, a mio parere, di corrispondere con lui da parte di chi lo ama, perfino….a mezzo lettera. Non a caso, forse, dice “qualcuno ha scritto nel cielo una lettera per me”, e non a caso, forse, dal cielo ne ha inviata anche lui una che ha rischiato di perdersi in qualche parte del mondo. Se mai dovesse leggermi davvero, vorrei però dirgli che oggi i tempi sono cambiati e che la prossima lettera dal cielo la può recapitare, direttamente, anche qui: ilmioregno@ilmioregno.it

Massimo  curatore del sito http://www.ilmioregno.it

tratto da “Il mio posto nel mondo” pag.383

 

Notturno senza luna

Notturno senza luna

Ogni canzone di Luigi Tenco ha per me un significato particolare, ogni canzone una perla lucente legata a un ricordo o un’emozione. Notturno senza luna è così una senzazione dolceamara, ricamata con delicatezza e introspezione sull’anima di chi l’ha cantata e allo stesso tempo di chi l’ascolta ancora. Una metafora antica, semplice, ma efficace, una voce che sembra parlare da una radio polverosa di tanto tempo fa di amore e romanticismo in modo inusuale, puro e sincero. Nessuno oggi canta l’amore come lo cantava lui allora, sottolineando ogni parola come se ne valesse la sua vita. Forse per questo ascolto ancora oggi questa canzone come se fosse sempre la prima volta, stupendomi del piacere della scoperta che continua ogni giorno.

“Gulliveriana”

tratto  da Il mio posto nel mondo.

da pag.371

 

Luigi Tenco, cantautore. Ricordi, appunti, frammenti

Descrizione

C’è un musicista che ha attraversato la scena della musica leggera italiana come una meteora. Troppo in fretta, troppo presto. Perché l’idea di canzone di Luigi Tenco era, nella sua radicalità, qualcosa che precorreva i tempi, che inventava già negli anni Sessanta, per il cantautore, un modo di intendere il proprio ruolo che trascendeva nettamente l’idea del semplice e rassicurante intrattenitore per inoltrarsi sulla strada dell’impegno civile e della poesia militante. Ed è proprio per evidenziare il valore di questa figura di uomo e di artista che Enrico Deregibus, in collaborazione con il Club Tenco, ha deciso di raccogliere in un libro le parole dello stesso Tenco – ricordi, appunti, frammenti – insieme alle parole di alcune tra le sue canzoni più belle rilette e interpretate ogni volta da un interlocutore d’eccezione. Completano il volume le parole pronunciate “su” Tenco dagli amici e dagli appassionati.

 

Dettagli del libro

Titolo: Il mio posto nel mondo. Luigi Tenco, cantautore. Ricordi, appunti, frammenti
Curato da: De Angelis E., Deregibus E., Secondiano Sacchi S.
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: 24/7
ISBN: 8817018929
ISBN-13: 9788817018920
Pagine: 572
Reparto: Musica

 

 

La ragazza con il cappello di feltro

La ragazza con il cappello di feltro

“Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita nell’abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. A creare l’ambiguità dell’immagine è quel cappello. Come fosse capitato in mio possesso l’ho dimenticato. Non vedo chi potrebbe avermelo dato. Credo che me l’abbia comprato mia madre e su mia richiesta. Unica certezza: è un saldo di saldi. Come spiegare quell’acquisto? Nessuna donna, nessuna ragazza portava cappelli da uomo nella colonia, a quei tempi. Neppure le indigene. Ecco come deve essere successo: mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell’età, diventare un’altra cosa. Ho smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. E’ diventato l’opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito.
Improvvisamente è diventata una cosa voluta. Mi vedo un’altra, come sarebbe vista un’altra, al di fuori, a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle città, delle strade, del piacere. Prendo il cappello, me lo metterò sempre, ormai posseggo un cappello che, da solo, mi trasforma tutta, non lo abbandono più. Per le scarpe deve essere successa più o meno la stessa cosa, ma dopo il cappello. Lo contraddicono come il cappello contraddice la figura gracile, quindi fanno per me. Anche quelle non le abbandono più, vado ovunque con quelle scarpe, quel cappello, fuori con ogni tempo, in tutte le occasioni, in città”. (*)

(*) Il brano è tratto da “L’amante” di M. Duras, Universale Economica Feltrinelli

 

La ballerina della scala

La Ballerina della Scala

 Disegno di MVC/Gulliveriana©,2005.

La ballerina della scala, matite colorate.

 

 La signora Ermelina immediatamente aprì (…). Lui non aveva fatto in tempo a entrare che lei gli sussurrava, con quell’aria di complicità:

“Vedrà che bambina, vedrà (abbassò ancora più la voce)…mi raccomando sa, è minorenne …una ballerina, una ballerina della Scala.” E intanto lo introduceva nel salotto.

Che cosa meravigliosa la prostituzione, pensava Dorigo. Crudele, spietata, quante ne restavano distrutte. Però che cosa meravigliosa. Si stentava a credere che possibilità del genere potessero esistere nel mondo d’oggi, così regolamentato e squallido. Il sogno realizzato, a un colpo di bacchetta magica, per ventimila lire.

Per ventimila lire, anche per meno spesso, avere subito, senza la minima difficoltà e pericolo, delle figliole stupende che nella vita solita, fuori del gioco, sarebbero costate una quantità di tempo, di fatiche, di soldi e poi magari al momento buono capaci di bruciare il paglione. (…)

C’era del male nel fare questo? Non mancavano a Dorigo gli scrupoli morali. Ma quanto ci avesse pensato a lungo non era riuscito a trovare il punto debole. Se tutti facessero come me, sarebbe peggio o meglio? Si chiedeva. E non vedeva il possibile danno.

Eppure, c’era dentro qualcosa di turpe. La prostituzione forse lo attraeva proprio per la sua crudele e vergognosa assurdità. La donna, forse a motivo dell’educazione familiare, gli era parsa sempre una creatura straniera, con una donna non era mai riuscito ad avere la confidenza che aveva con gli amici. La donna era sempre per lui la creatura di un altro mondo, vagamente superiore e indecifrabile. All’idea che una giovanetta di diciott’anni, per guadagnare quindicimila lire, andasse in letto, senza preamboli di sorta, con un uomo mai visto ne conosciuto, e si lasciasse godere l’intero corpo, partecipando anzi con slanci lussuriosi più o meno simulati, a questa idea Dorigo provava un moto di incredulità e di rivolta. Come se ci fosse dentro qualcosa di completamente sbagliato.

Da questo pensiero aspro e dolente, da questa incapacità di ammettere, nasceva però il desiderio. Una donna per bene, che fosse andata con lui per amore disinteressato, gli sarebbe piaciuta infinitamente meno. (…)

Ogni volta, quando la prostituta si spogliava nuda dinanzi a lui, gli pareva un fatto quasi inverosimile, stupendo, paragonabile a una fiaba.

Così, ogni volta che andava agli appuntamenti dalla ruffiana (…) non si sarebbe affatto meravigliato se gli avessero detto : ” Ma è pazzo, signore? Cosa le salta in mente ? Una ragazza a pagamento? Pensa forse di essere ancora ai tempi di Eliogabalo? Sa che lei è un bel tipo.”

E invece ogni volta il miracolo si avverava. Una ragazza magnifica (…) una stupenda creatura, una di quelle che fanno voltare tutti per la strada, si spogliava dinanzi a lui dieci minuti dopo la presentazione e lui poteva baciarla e stringerla a goderne ogni risorsa carnale. Tutto per misere ventimila lire.(…)

La ragazza, la ballerina della Scala, aspettava già in salotto.

Da: “Un amore” di Dino Buzzati, 1963

Madre Courage

A proposito di guerre: “Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht

“Quello che una rappresentazione di Madre Courage deve mostrare più di ogni altra cosa, è prima di tutto che in guerra i buoni affari non li fa la gente qualunque, e poi che la guerra, che è la continuazione degli affari con altri mezzi, colpisce a morte le virtù umane anche in chi le possiede e quindi deve essere combattuta”.
“La guerra non è mai una faccenda da gente qualunque”.

Bertolt   Brecht

“Madre Courage è una piece  teatrale scritta nel 1939 da Bertolt Brecht che racconta la cronaca della  Guerra dei Trent’anni (1618-1648) in dodici scene e con musiche di Paul Dessau. Fu rappresentata per la prima volta a Zurigo nel 1941. Durante la guerra di religione fra Cattolici e Protestanti nel Sacro romano Impero, la protagonista Anna Fierlang, detta Madre Courage trascina il suo carretto di cianfrusaglie sui campi di battaglia a caccia di qualche affare. La morte dei suoi tre figli e la perdita del carro,  non le impediranno di continuare a peregrinare e a commerciare,  nel disperato tentativo di trarre sostentamento da quella guerra . Il  personaggio diventa quindi il simbolo della tragica necessità di vivere in un mondo sbagliato:  quello che, senza possibilità di scelta, Madre Courage ha avuto in sorte. 

Con Madre Courage fu inaugurata la stagione “epica” del teatro brechtiano: “il teatro deve farsi carico dei compiti della scienza sociale ed educare lo spirito critico dello spettatore”.

Da : Madre Courage e i suoi figli, ed. Einaudi

Canzone di Madre Courage

O comandanti, basta i tamburi,
dategli requie alle fanterie.
Madre Courage è qui con le scarpe
che dentro meglio ci si cammina.
Con quelle loro lèndini e pulci,
con i carriaggi, i cannoni e i traini,
se alla battaglia devono marciare
di scarpe buone hanno bisogno.

        Vien primavera. Sveglia, cristiani!
sgela la neve. Dormono i morti.
Ma quel che ancora morto non è
sugli stinchi si leverà.

O comandanti, le vostre genti
senza salsiccia alla morte non vanno.
Per tutti i guai di corpo e d’anima
Courage col vino se li conforti.
O comandanti, a digiuno il cannone
alla salute non fa troppo bene;
ma se non sazi, benedetti voi,
e fin in fondo all’inferno portateveli.

        Vien primavera. Sveglia, cristiani!
sgela la neve. Dormono i morti.
Ma quel che ancora morto non è
sugli stinchi si leverà.

Da Ulm a Metz, da Metz all’Oder!
Madre Courage è sempre qua!
Chi fa la guerra, guerra lo campa
ma le ci vuole polvere e piombo.
Di piombo solo non riesce a vivere,
neanche di polvere, le ci vuol gente!
Dunque segnatevi ai reggimenti,
che se no, crepa! Ma oggi, e subito!

        Vien primavera. Sveglia, cristiani!
sgela la neve. Dormono i morti.
Ma quel che ancora morto non è
sugli stinchi si leverà.

da: il portoritrovato.

La stampa e l’opinione pubblica

La  stampa e l’opinione pubblica secondo Walter Lippmann 


Nel 1922 Walter Lippmann pubblicò L’Opinione Pubblica, un saggio nel quale l’autore si chiede come avviene quel complesso e solo apparentemente  “normale” processo quotidiano attraverso cui le nostre opinioni diventano Opinione Pubblica, Volontà nazionale, Mente collettiva, Fine sociale?…
Lippmann sostiene che il problema della stampa  sta nella sua fragilità: “E’ troppo fragile per portare il peso interno della sovranità popolare, per fornire spontaneamente la verità che i democratici speravano fosse innata”. Secondo Lippmann questa pretesa è fuorviante. Infatti “Se i giornali (…)debbono essere investiti del compito di tradurre l’intera vita pubblica su ogni questione controversa, essi falliscono, sono destinati  a fallire, in un futuro prevedibile continueranno a fallire.” Lippmann fa notare che la pretesa è quella che “la stampa (…)crei una forza mistica chiamata Opinione Pubblica, che compensi le manchevolezze delle istituzioni pubbliche.”

Molto spesso la stampa ha creduto di avere questo compito. Anzi, “ha finito per essere considerata un organo di democrazia diretta, investito ogni giorno e su scala più ampia, della funzione spesso attribuita all’iniziativa popolare, al refereundum  e alla revoca.” Il compito dell’Opinione Pubblica è quello di “dettar legge su tutto, continuamente. Ma in realtà non funziona.” Secondo Lippamnn: “(…) in generale, la qualità dell’informazione sulla società moderna è un indice della sua organizzazione sociale.” E questo dipende dalle istituzioni. Infatti: ” Nella sua espressione migliore la stampa è serva e custode delle istituzioni; nella sua forma peggiore è un mezzo mediante il quale alcuni sfruttano la disorganizzazione sociale ai propri fini particolari.”

Ma la stampa non è un sostituto delle istituzioni. E’ come il fascio di luce di un faro che si sposta incessantemente portando un episodio dopo l’altro dal buio alla luce”. Lippmann ritiene che i guai della stampa, come quelli del governo rappresentativo o quelli dell’industria di qualunque tipo, “risalgono ad una fonte comune: al fatto che gli individui che si autogovernano non sono riusciti a trascendere la propria casuale esperienza e i propri pregiudizi, inventando, creando e organizzando strumenti di conoscenza.” Lippmann conclude chiarendo il ruolo dell’Opinione Pubblica e della stampa. Egli ritiene che la stampa non deve organizzare l’opinione pubblica. “La mia conclusione è che le opinioni pubbliche debbono venire organizzate per la stampa, se si vuole che siano sensate, e non dalla stampa come avviene oggi.”